Poetica dell'Osservazione

 

(Immagine dal Web)
 

Vetusta Magione

(Dedicata a Faraone, una proprietà di famiglia, espropriata nel 1951)

~

Quel giorno m'andava di razzolar pe' i campi, così senza una meta...
Papaveri rossi, nell'erba alta, capolin facean
vicino ad un rigagno d'acqua
cheta.

Le mani in tasca e gli occhi volti al suolo
a ricercar quel verso... quel verso solo!

Tra i mille cinguettii della campagna
all' improvviso, come per magia, zittiron tutti

e un solo canto spiccò in un assolo
la dolce melodia di un usignolo.

Volsi colà lo sguardo verso quel dolce suono,
alberi alti e folte e verdi chiome sembravan applaudir in un sol tono.

Tra loro lo svettar di un campanile m'incuriosì...

Lesta girai il passo in quella direzione e giunsi davanti ad un portone
che parea far da gendarme ad un grosso muricciolo

coperto d'ogni pianta colorata, campanule pendenti ed insetti in volo.

Capperi verdi dai lunghi ed infidi tralci m' indussero
a porre l'attenzione per evitar le spine,

celate da quel fiore assai sublime che mosso da un alito di vento
i suoi pistilli inchinava come il capo di un monaco in convento.

Battei il batacchio ed attesi,
immaginando che servitor cortesi venissero ad aprir.

Il suono si disperse insieme al vento
ed il cigolìo del cardine, in un momento

spiraglio aprì verso quell' ampio cortil.

A manca, piccoli archi e panche in pietra bianca
coron facevan ad un vecchio campanile

che privo ormai del suo sonor monile,
di certo l'ore non potea più scandir.

A destra, un pozzo stretto ed aggraziato,
e sullo sfondo un prato non falciato

che nascondea un piccolo pontil.

Approdo lui, di certo, dovea fare ad un laghetto
da un canneto tutto circondato,

un po' più a valle spiccava un uliveto
carico ancor di frutti e rami in fior.

Di fronte, in quel cortile,
un' imponente dimora signorile.

Assai vetusta sembrò al primo sguardo
tanto che salir la scala fu un azzardo.

Col fiato corto e il respiro assai ansimante,
mi sporsi su quell'uscio ormai mancante…

Cocci di vetro, intonaco e pietruzze
scrocchiavano dolenti in ogni istante.

Man man che m'addentravo
dentro quel posto ignoto,

il corpo rigiravo
come rotella in moto.

Camere ampie 'gnuna unita all'altra,
alti soffitti d' affreschi colorati,

i muri coperti di stoffe da parati.

In verità, di quegli affreschi restaa ben poco!
Voli di rondini senza più il ciel in loco.

L'azzurro di quel ciel parea un fondale
sospeso su un relitto abbandonato,

che a grossi pezzi, come in un frattale,
sembrava il ciel in terra ribaltato.

Le stoffe alle pareti un tempo sollevate,
ora sporche e piangenti

svelavano nei muri ferite assai cruenti.

Perché t' han dimenticata, bella e triste magione!
Di tutto t' han spogliata, così senza ragione?

Può il mio cuor sentir il lamento delle logge,
lo scricchiolio dei travi pregni di mille piogge,

le porte semi aperte sbarrate con una croce
ad ogni soffio di vento danno alle tue pene voce.

Lo sbatter di una imposta mi scosse da quel torpore,
cagion volea saper di tanta incomprensione!

Nel fondo del salone quasi nascosto un tavolo, forse una scrivania
con sopra un cofanetto, nell' abbandon dell' luogo, quasi una bizzarria.

A terra fogli sparsi, tutti come un tappeto
con lena li raccolsi, in cerca del segreto.

Lettere di parenti, inviti ad un festa
niente che potea dirmi la causa di tali gesta!

Lo scroscio di terriccio ed un tubar sommesso,
m' indussero a guardare verso uno stemma in gesso.

Un foglio penzolante simile ad una catena,
gravoso più di un peso da quel blason pendea!

Raccolsi uno scopone in un angolo scordato,
da mille ragnatele sembrava imprigionato.

Come sbandierator in piazza mi accinsi in quell'impresa,
ma in alto era il simbolo e vicina la mia resa.

Tutto sembrava inutile lanci, sospiri e salti
quel foglio restava immobile a qualunque dei miei assalti!

Con l' ultime mie forze armata di scopone,
grande ventaglio ai tropici facea sotto il blasone.

Come bandiera all'asta, quel foglio maledetto
con uno svolazzo insolito finì sul cofanetto.

Tutto ingiallito e logoro, incartapecorito,
dallo scorrere degli anni sembrava irrigidito.

Senza toccarlo lessi, con grande mio sgomento,
che detto documento era un provvedimento.

Trattavasi di un atto detto d' espropriazione
di quelli che quando arrivano ti danno uno scossone.

In poche righe perdi, terreno e abitazione,
in cambio di tre soldi senza motivazione.

Nessuna comprensione per quello ch'era tuo,
basta un timbro su un decreto e... ciò che hai diventa Suo.

Posso solo immaginare i deliri di parole, quella rabbia travolgente,
quel magone persistente, quell'ostil macchinazione

che ti stringe forte il cuore, se ti espropriano la magione!

Ingoiato il rospo in gola proseguii nella lettura
sul dietro di quel foglio un' ulteriore dicitura.

Appariva scritta a penna, una mappa della casa
un elenco numerato, un cognome in ogni stanza, li contai… parea invasa!

Uno scempio per quell' uno, quasi nulla per ognuno,
la vittoria per nessuno... nell'anno 1951!

Ciò che resta è l'abbandono, campi incolti e gran tristezza,
un tripudio di stoltezza che rimedio più non ha.

Quel giorno m'andava di razzolar pe' campi con gli occhi volti al suolo,
a ricercar quel verso… quel verso solo!

Nel farlo scoprii una dimora abbandonata,
per l'incuria degli uomini sembrava addolorata.

Da documenti ne compresi la ragione
e quel sol verso divenne una canzone.

~

Anna Grazia Zurlo

12/04/2016

 

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